“Look at the stars, look how they shine for you…” Quante volte l’abbiamo ascoltata e cantata? Sì, perché Yellow dei Coldplay è un inno dell’amore super romantico, ammettiamolo, già solo la melodia ci emoziona. O, almeno, in molti abbiamo sempre considerato così la canzone. Ma c’è una lettura diversa, più introspettiva e dolorosa che in molto hanno dato al brano. Nel testo non una serenata, ma un grido disperato contro l’anoressia.

Quel “Your skin, oh yeah your skin and bones / Turn into something beautiful” (La tua pelle e le tue ossa diventano qualcosa di bellissimo) assume un sapore amaro se letto come il tentativo di un innamorato di salvare la compagna che sta “svanendo”, letteralmente. In questa interpretazione, il “giallo” non è la luce delle stelle, ma il colorito itterico di una pelle emaciata, provata dalla malattia. Lui che dice “I bleed myself dry” (mi dissanguo per te) è l’immagine di chi si farebbe carico di tutto il dolore pur di vederla mangiare, pur di vederla vivere. E chi vive la patologia come spettatore, osservando una persona cara che giorno dopo giorno diventa sempre più esile fino a sparire… lo sa bene.
Tornando al brano, è solo un’interpretazione? Forse. Ma è uno specchio abbastanza obiettivo per riflettere su un mostro che, a distanza di oltre vent’anni dall’uscita di quel brano, ha cambiato volto ma non la sua ferocia. Anzi, oggi viaggia ancora più veloce servendosi della viralità, in questo caso malsana, dei social. Uno degli ultimi trend relativi alla propria immagine, infatti, arriva dalla trendissima Corea del Sud.
“Bone Arms”: la nuova, pericolosa ossessione social
Se Chris Martin cantava la speranza di guarigione, i social media, spesso, “cantano” l’inno della magrezza estrema. L’ultimo allarme arriva proprio dalla Corea del Sud, la patria del K-Pop e della skincare perfetta, dove la competizione non è solo accademica, ma anche estetica.
Si chiama trend delle “Bone Arms” (braccia d’osso). L’obiettivo? Avere braccia così sottili da mostrare in modo innaturale il contorno delle ossa. Non è più solo la clavicola sporgente o il “thigh gap” (lo spazio tra le cosce), ora l’ideale distorto è la scheletrizzazione degli arti superiori. Le autorità sanitarie coreane, come il Korea Health Promotion Institute, hanno lanciato l’allarme, ma la viralità è più veloce della prevenzione. In un Paese dove vige il “mito dei 50 kg” (il peso massimo socialmente accettato per una donna, indipendentemente dall’altezza), celebrità come Lisa delle Blackpink o l’attrice Bae Suzy diventano involontariamente metri di paragone irraggiungibili.
Le diete estreme delle star (la cosiddetta “K-pop Diet“) vengono condivise online, influenzando milioni di ragazze e ragazzi a inseguire un corpo che non è sinonimo di bellezza, ma di sofferenza. Fortunatamente esistono movimenti di ribellione come “Escape the Corset”, che promuovono l’accettazione della diversità, ma la pressione sociale resta soffocante.

Oltre la moda: che cos’è davvero l’anoressia
Dobbiamo dirlo chiaramente: l’anoressia nervosa non è una “moda”, non è un capriccio e non è la “K-pop diet” del momento. È una malattia psichiatrica grave. Non è una nuova tendenza virale, ma un disturbo che da decenni mina la salute delle donne (e non solo) di ogni età.
Scientificamente, l’anoressia è caratterizzata da una restrizione dell’apporto energetico che porta a un peso corporeo significativamente basso, unita a una paura intensa di ingrassare e, soprattutto, a un’alterazione del modo in cui viene vissuto il proprio peso o la forma del corpo. Come spiegano le linee guida internazionali (DSM-5), il nucleo del problema è una dismorfofobia: la persona si guarda allo specchio e, anche se è pelle e ossa (come nel testo di Yellow), vede grasso in eccesso.
È un disturbo democratico e spietato: colpisce le adolescenti, certo, ma sempre più spesso riguarda le donne adulte (“anoressia tardiva”) e anche i maschi. L’anoressia maschile è in aumento, spesso mascherata da un’ossessione per il fitness e la definizione muscolare, e per questo ancora più difficile da diagnosticare perché circondata da stigma e tabù.
Ma l’anoressia è in realtà una malattia dell’anima. Il corpo diventa strumento per dare forma a un dolore interiore, che va oltre l’ossessione per una estetica dettata dalle tendenze del momento. Un malessere che ha radici così profonde da dover essere estirpate conoscendone le origini reali. Cosa possibile solo avvalendosi di professionisti e attraverso un percorso lungo. Un sentiero non facile ma che va intrapreso tempestivamente e con il giusto supporto.
Come comportarsi: i segnali d’allarme e cosa fare
Riconoscere l’anoressia non è facile, perché chi ne soffre diventa abilissimo a mentire. Ecco alcuni campanelli d’allarme da non sottovalutare in casa:
Cambiamenti a tavola: sminuzza il cibo in pezzi piccolissimi, beve tantissima acqua, evita di mangiare con gli altri con scuse come “ho già mangiato fuori”.
Abbigliamento: inizia a vestirsi a “cipolla” o con abiti molto larghi per nascondere il dimagrimento.
Iperattività: fa esercizio fisico in modo ossessivo, anche quando è stanco o malato.
Umore: irritabilità, isolamento sociale, sbalzi d’umore repentini.
Cosa NON dire mai: Se sospetti che una persona cara (figlia, sorella, partner o amico) stia soffrendo, le parole sono armi. Evita frasi come:
“Ma mangia un po’, sei sciupata!” (Aumenta il senso di colpa).
“Come stai bene, sei dimagrita!” (Rinforza la malattia: il complimento viene letto come “continua così”).
“Perché fai così? Non ci pensi a noi?” (L’anoressia non è una scelta egoistica contro la famiglia, è una prigione mentale).

Cosa fare subito:
Non improvvisarsi medico. Non cercare di forzare l’alimentazione.
Parla di emozioni, non di cibo. Chiedi “Come ti senti?” e non “Cosa hai mangiato?”.
Chiedere aiuto. Rivolgiti immediatamente a centri specializzati in Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione (DNA). Il tempo è prezioso: prima si interviene, più alte sono le possibilità di recupero totale.
Per approfondire: leggere per capire
Se vuoi provare a comprendere cosa scatta nella mente di chi vive questo dramma, ecco alcuni testi decisamente molto interessanti:
“Volevo essere una farfalla” di Michela Marzano: un racconto autobiografico potente sulla lotta con l’anoressia e la rinascita.
“Briciole” di Alessandra Arachi: la storia di una ragazza e della sua discesa nel vortice della malattia, raccontata con disarmante semplicità.
“L’ospite inquietante” di Umberto Galimberti: fondamentale per capire il nichilismo e il disagio giovanile che spesso fanno da terreno fertile ai disturbi alimentari.
Le stelle brillano per tutti, come dicevano i Coldplay. Il compito di chi sta accanto a chi soffre è aiutare a ripulire il cielo dalle nuvole, affinché quella luce possa tornare a essere vista, non gialla di malattia, ma esuberante e splendente di vita.
A cura di Laura Farnesi
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