Esiste una solitudine che non ha nulla a che vedere con l’assenza fisica di altre persone. È quella che si prova seduti allo stesso tavolo con i propri genitori e fratelli, sentendosi invisibili. È il paradosso del figlio che cresce circondato da familiari eppure si sente profondamente solo, perché percepisce di non occupare lo stesso posto nel cuore di chi dovrebbe amarlo incondizionatamente.

La psicoanalista francese Catherine Sellenet ha definito questo fenomeno “la solitudine fraterna”, una condizione che colpisce quei figli che, pur avendo fratelli, vivono l’esperienza emotiva tipica del figlio unico: quella dell’esclusione affettiva. Non si tratta di mancanza d’amore in senso assoluto, ma di una distribuzione diseguale delle attenzioni, dell’approvazione, della comprensione profonda che ogni bambino cerca nello sguardo dei propri genitori.
La scienza della preferenza genitoriale
Contrariamente a quanto molti genitori sostengono pubblicamente, la ricerca scientifica ha dimostrato che il favoritismo genitoriale non è un’eccezione, ma piuttosto la norma. Uno studio longitudinale condotto dalla Cornell University e pubblicato sul “Journal of Marriage and Family” ha rilevato che il 70% dei genitori ammette privatamente di provare una preferenza verso un figlio specifico, percentuale che sale all’85% quando vengono osservati comportamenti concreti anziché dichiarazioni verbali.
Il professor Karl Pillemer, gerontologo sociale e autore principale della ricerca, ha seguito 275 famiglie per oltre vent’anni, documentando come queste preferenze si manifestino attraverso gesti quotidiani apparentemente insignificanti: il tempo dedicato all’ascolto, l’interesse mostrato verso i successi, la disponibilità emotiva nei momenti di difficoltà. Non sempre si tratta di scelte consapevoli. Spesso i genitori replicano inconsciamente dinamiche della propria famiglia d’origine o proiettano sui figli aspettative legate al loro genere, ordine di nascita o somiglianza caratteriale.
Una ricerca dell’Università della California ha identificato pattern ricorrenti: il primogenito riceve spesso maggiori aspettative e pressioni, il secondogenito viene talvolta trascurato nella corsa a equiparare l’attenzione, mentre l’ultimogenito beneficia frequentemente di una maggiore indulgenza. Ma queste sono generalizzazioni che non rendono giustizia alla complessità di ogni nucleo familiare, dove le dinamiche si intrecciano con la personalità di ciascuno, le somiglianze fisiche o caratteriali con uno dei genitori, e persino il contesto in cui ogni figlio è nato.

Il peso invisibile della disparità affettiva
Chi cresce percependo di essere il figlio meno amato sviluppa una particolare sensibilità al confronto. Nota quando il fratello riceve complimenti più entusiasti, quando i suoi successi vengono celebrati con maggior clamore, quando le sue difficoltà suscitano preoccupazione immediata mentre le proprie vengono minimizzate. Questa attenzione selettiva crea una frattura interna: il bambino, e poi l’adulto, impara a dubitare del proprio valore.
La dottoressa Susan Newman, psicologa sociale e autrice di numerosi studi sulle dinamiche fraterne, spiega che i figli che si percepiscono meno favoriti tendono a sviluppare strategie compensatorie. Alcuni si trasformano in “figli invisibili”, riducendo le proprie richieste affettive per evitare il dolore del rifiuto implicito. Altri diventano iperperformanti, nella speranza che risultati eccezionali possano finalmente catturare l’attenzione e l’approvazione desiderate. Altri ancora si specializzano nel ruolo di caregiver familiare, sacrificando i propri bisogni per guadagnarsi un posto attraverso l’utilità pratica.
Quest’ultima dinamica è particolarmente insidiosa. Il figlio che si immola diventa il punto di riferimento nei momenti di difficoltà: è lui che accompagna i genitori anziani alle visite mediche, che si occupa delle incombenze burocratiche, che rinuncia a opportunità personali per restare vicino. Intanto il fratello preferito vive una libertà che viene giustificata dalla famiglia stessa: “Ha la sua vita”, “È sempre stato più indipendente”, “Non possiamo chiedergli troppo”. La telefonata occasionale, la presenza ai pranzi festivi viene accolta con entusiasmo, mentre l’abnegazione quotidiana dell’altro viene data per scontata.
Quando l’amore diventa debito
Uno studio pubblicato su “Psychological Science” dalla psicologa Jennifer Cropanzano ha evidenziato come la disparità percepita nell’affetto genitoriale influenzi profondamente le relazioni fraterne in età adulta. Nei casi in cui entrambi i fratelli riconoscono l’esistenza di un trattamento preferenziale, la relazione tra loro tende a deteriorarsi nel tempo, con un aumento del 45% di probabilità di rottura completa dei rapporti dopo la morte dei genitori.
Ma c’è un elemento ancora più doloroso: spesso il fratello favorito non riconosce il proprio privilegio. Per lui, le attenzioni ricevute sono semplicemente amore, mentre il sacrificio dell’altro viene interpretato come libera scelta o naturale inclinazione. Questa cecità emotiva perpetua il ciclo di sofferenza, perché il figlio trascurato non ottiene nemmeno il riconoscimento della propria esperienza.
La terapeuta familiare Jeanne Safer, nel suo libro “Cain’s Legacy: Liberating Siblings from a Lifetime of Rage, Shame, Secrecy and Regret”, descrive casi clinici in cui adulti di cinquanta o sessant’anni portano ancora il peso di dinamiche instauratesi nell’infanzia. Raccontano di carriere sacrificate per restare vicini ai genitori mentre il fratello costruiva la propria vita altrove, di eredità distribuite iniquamente perché “l’altro aveva più bisogno”, di riconoscimenti negati perché i propri successi venivano considerati meno significativi di quelli del fratello.
Le conseguenze a lungo termine
La ricerca in psicologia dello sviluppo ha documentato ampiamente l’impatto del favoritismo genitoriale sulla salute mentale. Uno studio longitudinale dell’Università del New Hampshire, che ha seguito oltre 500 individui dall’infanzia all’età adulta, ha rilevato che chi aveva percepito una disparità di trattamento mostrava tassi significativamente più elevati di depressione, ansia e bassa autostima anche a distanza di decenni.
Il professor Jeffrey Jensen Arnett, psicologo dello sviluppo, sottolinea come queste esperienze modellino il modo in cui le persone si rapportano alle relazioni intime in età adulta. Chi è cresciuto sentendosi il figlio meno amato tende a sviluppare uno stile di attaccamento insicuro, caratterizzato da paura dell’abbandono o, al contrario, da evitamento emotivo. Nelle relazioni romantiche, può manifestarsi attraverso una costante necessità di rassicurazione o attraverso l’incapacità di fidarsi pienamente dell’affetto altrui.
Tante sono le testimonianze di donne che hanno raccontato come la percezione di essere state meno amate dalle proprie madri abbia influenzato il loro approccio alla maternità. Alcune hanno sviluppato un’attenzione quasi ossessiva all’equità nel trattamento dei propri figli, altre hanno faticato a stabilire un legame spontaneo per paura di replicare le dinamiche subite.

Il silenzio che amplifica il dolore
Una delle caratteristiche più dolorose di questa esperienza è l’impossibilità di nominarla. Nelle famiglie dove esiste un favoritismo evidente, raramente se ne parla apertamente. Il figlio trascurato che esprime il proprio disagio viene spesso accusato di essere geloso, immaturo, ingrato. I genitori negano, si offendono, minimizzano. Il fratello preferito si sente attaccato e si difende. Il risultato è che chi soffre finisce per sentirsi colpevole anche del proprio dolore.
La sociologa Annette Lareau, nel suo influente studio “Unequal Childhoods”, ha documentato come le dinamiche familiari siano intrecciate con aspettative sociali che rendono ancora più difficile riconoscere queste disparità. Esiste un ideale culturale della famiglia come luogo di amore incondizionato ed equo, e ammettere che la realtà sia diversa significa infrangere un tabù potente.
Il figlio che si sacrifica raramente riceve il riconoscimento sociale che meriterebbe. Anzi, viene spesso percepito come colui che “non è riuscito a staccarsi”, che “ha problemi di dipendenza”, mentre il fratello che si è allontanato viene ammirato per la sua indipendenza. Questa distorsione narrativa aggiunge un ulteriore strato di sofferenza: non solo il sacrificio non viene riconosciuto, ma viene addirittura patologizzato.
Verso una possibile riconciliazione
Riconoscere l’esistenza del favoritismo genitoriale non significa condannare i genitori o la famiglia. Significa semplicemente dare un nome a un’esperienza che molti vivono nel silenzio e nella vergogna. La psicoterapeuta Terri Apter, che ha dedicato gran parte della sua carriera allo studio delle relazioni familiari, sostiene che il primo passo verso la guarigione sia la validazione della propria esperienza emotiva.
Non tutti i casi richiedono necessariamente una terapia familiare, ma spesso è utile che il figlio che ha sofferto possa elaborare questi sentimenti in uno spazio protetto. Alcuni trovano sollievo nel condividere la propria storia con altri che hanno vissuto esperienze simili, scoprendo di non essere soli in quella particolare forma di solitudine.
In alcuni casi, è possibile avviare un dialogo familiare onesto. Quando i genitori anziani riescono a riconoscere, anche parzialmente, le disparità di trattamento, può aprirsi uno spazio di riconciliazione autentica. Non si tratta di ottenere scuse formali, ma di sentire finalmente riconosciuta la propria esperienza. Il fratello preferito, se riesce a superare le proprie resistenze difensive, può diventare un alleato importante in questo processo di verità.
Una verità scomoda ma necessaria
La famiglia ideale in cui ogni figlio riceve esattamente la stessa quantità e qualità di amore è, probabilmente, un mito. I genitori sono esseri umani, con le loro preferenze, le loro proiezioni, i loro punti ciechi. Ma riconoscere questa realtà non significa giustificarla o accettarla passivamente.
Parlare del favoritismo genitoriale serve a rompere il silenzio che circonda un’esperienza comune ma raramente nominata. Serve a far sentire meno soli coloro che hanno vissuto questa particolare forma di invisibilità affettiva. Serve a costruire una consapevolezza che possa aiutare le nuove generazioni di genitori a essere più attenti alle proprie dinamiche interne.
Il vero figlio unico non è chi non ha fratelli, ma chi, pur avendoli, si è sentito profondamente solo nell’esperienza di non essere visto, compreso, amato nella stessa misura. È una solitudine che non ha a che fare con i numeri, ma con la qualità dello sguardo che si riceve. E forse il primo passo per guarire da questa ferita è semplicemente permettersi di riconoscerla, nominarla, e smettere di portarne la colpa.
A cura di Laura Farnesi
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