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La difficoltà di dare il giusto nome alle nostre emozioni

Gli esperti spiegano perché dare un nome alle proprie paure aiuta a gestire lo stress

by Viola Bianchi
ph web emoji triste che piange

Sintetizziamo stati d’animo complessi con slogan da social network, ma fatichiamo a esprimere il nostro mondo interiore. Un’indagine condotta nel 2026 da Unobravo e Ipsos Doxa fotografa le crescenti difficoltà della popolazione italiana nell’individuare e descrivere i sentimenti autentici. Per rispondere a questo vuoto comunicativo nasce un progetto inedito che invita a riscoprire il significato autentico del linguaggio quotidiano.

Definirsi in perenne sovraccarico mentale o catalogarsi come ritardatari cronici offre battute rapide e perfette per il web, ma finisce per appiattire la profondità delle nostre esperienze. Dietro l’ironia digitale si nascondono spesso paura, fatica, vergogna o una concreta richiesta di supporto psicologico. Solo il 25% degli italiani dichiara di aver ricevuto una solida educazione emotiva durante l’infanzia, e appena due persone su dieci ricordano figure genitoriali capaci di insegnare a nominare i vissuti interiori.

Il silenzio delle famiglie e l’allarme dei terapeuti

I condizionamenti infantili plasmano le relazioni adulte. Il 58% degli intervistati ricorda frasi come «non piangere» o «devi essere forte», formule che spingono a reprimere il dolore invece di comprenderlo. Nella Generazione Z, oltre un giovane su quattro incontra ostacoli nel discutere di rabbia o tristezza tra le mura domestiche, complice l’abitudine a usare formule preimpostate al posto di una riflessione profonda.

I professionisti della salute mentale confermano questo quadro critico: quattro terapeuti su dieci, con oltre dieci anni di attività, registrano un progressivo impoverimento del lessico nei pazienti. Quasi il 70% degli specialisti nota serie difficoltà nell’esternare le emozioni, mentre la quasi totalità riconosce una buona presenza di empatia. La mancanza di parole ostacola la presa di coscienza e spinge circa il 30% delle persone a ritardare il momento in cui chiedere un consulto professionale.

L’Emozionario e le trappole dei trend digitali

Per superare questa barriera linguistica, in vista della Giornata mondiale della salute mentale del 10 ottobre, Unobravo ha lanciato Emozionario. L’iniziativa non censura lo slang giovanile, ma lo trasforma in una chiave di lettura per analizzare ciò che proviamo davvero.

Dire «sono in overthinking totale» nasconde sovente l’ansia, un meccanismo fisiologico che segnala una preoccupazione precisa per il futuro. Esclamazioni come «sono piena rasah» celano un’insofferenza che rischia di sfociare in ira distruttiva, mentre definirsi «in modalità zombie» può indicare spossatezza, apatia o un senso di colpa per il tempo sprecato.

Allo stesso modo, la frase «sono un procrastinatore seriale» trasforma la fuga da un’emozione sgradevole (come il timore del fallimento) in un’etichetta rigida. Giustificare comportamenti possessivi con la frase «sono geloso perché ti amo» confonde un moto interiore con azioni di controllo inaccettabili.

La precisione emotiva come strumento di benessere

La letteratura scientifica conferma i benefici della consapevolezza affettiva. Una rassegna apparsa nel 2025 sul Journal of Psychiatric Research evidenzia che un’alta granularità emotiva sostiene il benessere psichico generale. Specificare le cause di un malessere aiuta a trovare risposte efficaci, superando la genericità di un semplice «sto male».

Uno studio del 2018 presente su PubMed Central collega la presenza di alessitimia a una ridotta lucidità nell’elaborare gli stati d’animo negativi. Porsi la domanda «Come sto davvero?» rappresenta il primo passo indispensabile per ascoltarsi senza filtri e prendersi cura della propria salute mentale.

A cura della redazione

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