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Chi aiuta i caregiver? La sfida del welfare per l’estate

La difficile conciliazione tra impegni professionali e doveri di assistenza domestica raggiunge il picco critico durante la stagione calda: dati, indagini e prospettive per costruire una rete solida capace di alleggerire concretamente la quotidianità di chi cura

by Viola Bianchi
Caregiver ph Pexels

Durante la stagione estiva, mentre la maggioranza dei cittadini stacca la spina e recupera le energie, una vasta fascia di popolazione affronta una faticosa prova di tenacia. Nelle città semideserte opera la silenziosa schiera dei caregiver familiari: oltre sette milioni di persone in Italia intensificano il proprio impegno quotidiano proprio nel periodo dell’anno in cui il sistema di tutela sociale rallenta le proprie attività.

Lo stop temporaneo delle strutture diurne, le ferie degli operatori sanitari e dei collaboratori domestici, la minore presenza del vicinato e il blocco di molti servizi assistenziali creano un brusco vuoto. Le famiglie non impiegano i giorni di ferie per riposare, bensì per sostituire direttamente i presidi territoriali che riducono i propri turni di servizio.

L’impatto demografico e l’aggravio estivo sui caregiver familiari

Guja Ventura ph Press

Guja Ventura ph Press

Guja Ventura, Chief Operations Officer di International Care Company (ICC), realtà di riferimento nei servizi alla persona, descrive la dimensione strutturale di questo scenario:

«Il quadro nazionale attualmente restituisce la fotografia di un Paese che sul piano demografico sta invecchiando sempre di più. Al contempo si contrae la dimensione dei nuclei familiari e si sfilaccia inevitabilmente la rete di assistenza e reciproco supporto. I caregiver familiari in Italia sono oltre 7 milioni e prevalentemente donne nella fascia di età tra i 45 e i 64 anni. Su di loro gravano inoltre impegni lavorativi, personali, oltre che familiari. C’è chi presta assistenza in modo continuativo e chi invece deve barcamenarsi tra il lavoro e le esigenze di un familiare da assistere.»

Il profilo prevalente riguarda donne nella fascia anagrafica tra i 45 e i 64 anni, che coordinano la carriera lavorativa, la gestione domestica e l’accudimento continuo di genitori anziani, partner con patologie o familiari con disabilità. Durante i mesi estivi molte lavoratrici rinunciano a ogni viaggio per colmare l’assenza momentanea delle figure professionali di supporto.

A complicare la routine quotidiana sopraggiungono le ondate di calore, che i mutamenti climatici rendono sempre più aspre e durature. Le alte temperature mettono in serio pericolo la salute di persone fragili o non autosufficienti, accrescendo i rischi di disidratazione, crisi cardiocircolatorie e accessi d’urgenza al pronto soccorso.

Chi presta cura deve perciò moltiplicare compiti cruciali:

  • Monitorare costantemente l’idratazione e il regime alimentare;
  • Controllare la scrupolosa assunzione delle terapie prescritte;
  • Riorganizzare gli ambienti domestici per garantire una climatizzazione corretta;
  • Evitare uscite e spostamenti nelle fasce orarie più calde.

Queste incombenze aumentano il carico fisico ed emotivo, mentre trovare sostituti per le badanti o personale a ore durante l’estate diventa un’impresa complessa.

Il divario assistenziale e le soluzioni di respite care

L’eccessivo sovraccarico quotidiano genera ripercussioni che superano la sfera privata. Come evidenzia ancora Guja Ventura:

«L’impatto di questa situazione va oltre la sfera privata. Lo stress prolungato, la difficoltà di conciliare lavoro e assistenza e il rischio di isolamento incidono sul benessere psicofisico del caregiver e, indirettamente, anche sulla produttività lavorativa e sulla qualità della vita dell’intero nucleo familiare.»

Le indagini che l’Università di Bologna e l’Università del Molise hanno sviluppato insieme a partner pubblici e privati confermano queste criticità. I dati evidenziano il nodo cardine della tenuta socioassistenziale: esiste un profondo divario tra la crescente domanda di cura e un’offerta di servizi ancora insufficiente.

L’Italia regge gran parte della propria rete assistenziale facendo leva sulla dedizione non retribuita dei nuclei familiari. I congiunti gestiscono autonomamente la somministrazione dei farmaci, le prenotazioni sanitarie, gli adempimenti burocratici e la sicurezza domestica, compromettendo spesso il proprio equilibrio psicofisico e professionale.

In tale contesto, le aziende specializzate nei servizi alla persona intervengono non per rimpiazzare il ruolo del familiare, ma per alleggerirne le fatiche e scongiurare il burnout. L’assistenza privata evolve verso la creazione di percorsi personalizzati che analizzano le necessità specifiche della persona fragile, individuano tempestivamente personale qualificato e monitorano continuamente gli interventi.

Un tassello centrale è il cosiddetto respite care, ossia i servizi di sollievo che permettono a chi assiste di staccare temporaneamente garantendo al contempo la piena continuità delle cure:

«La letteratura scientifica evidenzia che questi interventi contribuiscono a ridurre il carico emotivo e organizzativo dei familiari, migliorandone il benessere psicologico e contribuendo a prevenire quello che nel contesto dell’assistenza familiare viene definito “burden” (fardello), ossia il burnout dei caregiver», osserva Guja Ventura. «Allo stesso tempo, favoriscono una migliore qualità dell’assistenza e della vita anche per la persona fragile, soprattutto quando sono inseriti in un percorso di presa in carico continuativo e integrato. Tuttavia, altri studi segnalano che questi servizi sono ancora poco conosciuti, difficilmente accessibili o insufficientemente diffusi, limitandone il potenziale beneficio per le famiglie.»

I servizi socioassistenziali si orientano così verso un modello integrato a rete che unisce sanità privata, enti pubblici e terzo settore. All’intervento a domicilio si affiancano canali di teleassistenza, consulenze dedicate, supporto psicologico e strumenti digitali per sincronizzare ogni cura.

Il ruolo strategico delle aziende e del welfare aziendale

La questione dell’assistenza tocca da vicino anche il tessuto produttivo. Secondo le rilevazioni diffuse dall’Istat, il 22% delle persone occupate (più di un lavoratore su cinque) svolge con regolarità compiti di caregiving informale verso parenti, amici o vicini non autosufficienti. Tra le lavoratrici la quota sale addirittura al 27,2%, contro il 18,2% registrato tra i colleghi uomini.

Le politiche aziendali non possono più eludere il tema della conciliazione vita-lavoro. Come conclude Guja Ventura:

«L’estate rappresenta solo il momento in cui le difficoltà emergono con maggiore evidenza. Una cartina al tornasole per un sistema che deve ripensare il modello di assistenza e alleggerire il carico per le singole famiglie. La vera sfida è costruire un ecosistema capace di sostenere i caregiver lungo tutto l’anno, integrando il ruolo insostituibile delle famiglie con una rete di servizi professionali accessibili, flessibili e di qualità, con parte dei servizi offerti anche dal sistema welfare aziendale.»

Per i datori di lavoro diventa prioritario superare le formule tradizionali come voucher per acquisti o generici fringe benefit, arricchendo i piani di welfare aziendale con prestazioni concrete di assistenza alla persona, consulenza e orientamento sociosanitario. Con una popolazione che invecchia rapidamente e famiglie sempre più ristrette, investire stabilmente nei servizi alla persona costituisce la sola strada per proteggere la salute dei soggetti più vulnerabili e sostenere chi garantisce ogni giorno la tenuta sociale del Paese.

A cura della redazione

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