L’improvvisa sparizione dalle piattaforme digitali di uno dei personaggi più discussi del panorama mediatico italiano ha riacceso i riflettori su un tema che ci tocca da vicino: la sicurezza e la coerenza degli spazi virtuali che frequentiamo ogni giorno. La chiusura delle pagine riconducibili a Fabrizio Corona non è passata inosservata, ma dietro quello che potrebbe sembrare un semplice fatto di cronaca rosa si nasconde una questione molto più profonda legata alla tutela di noi utenti.

Due pesi e due misure sul web
Mentre il dibattito si infiamma, l’associazione Codacons ha sollevato dubbi legittimi sulla gestione di queste chiusure repentine. La critica mossa ai giganti della Silicon Valley riguarda una presunta disparità di trattamento. Sembrerebbe infatti che colossi come Meta, Google e TikTok tendano ad attivarsi con decisione chirurgica solo quando un caso diventa mediatico, lasciando invece inascoltate moltissime segnalazioni quotidiane che riguardano la diffamazione o, ancor più grave, la privacy dei minori. Questo atteggiamento crea un paradosso: la protezione dell’utente sembra dipendere più dal clamore della notizia che dall’effettiva gravità della violazione commessa.
La tutela della nostra privacy quotidiana
Per chi naviga online alla ricerca di intrattenimento e informazione, questa situazione genera una comprensibile incertezza. Se le piattaforme intervengono solo sotto i riflettori dei mass media, che ne è delle offese e degli illeciti che colpiscono le persone comuni? Il rischio denunciato è che si stia consolidando un sistema a “due velocità”, dove i provvedimenti di oscuramento e rimozione seguono logiche di visibilità piuttosto che di giustizia. In un’era in cui i social sono parte integrante della nostra vita sociale e professionale, pretendere standard di controllo uniformi e tempestivi non è solo un diritto, ma una necessità per garantire un ambiente digitale sano e rispettoso per tutte noi.

Non l’unico caso “eclatante”
Il recente oscuramento dei profili di Fabrizio Corona sta sollevando un polverone mediatico, ma non è l’unico episodio che sta facendo discutere chi vive la rete ogni giorno. Se da un lato ci si interroga sulla velocità con cui le piattaforme intervengono nei casi di cronaca, dall’altro emerge un tema ancora più scottante: dove finisce la moderazione e dove inizia la censura? Il dubbio nasce spontaneo quando a finire nelle maglie del controllo non sono solo personaggi controversi, ma anche figure autorevoli della nostra cultura.
Il “No” di Barbero e il peso dei fact-checker
Un esempio emblematico è quello che ha coinvolto il professor Alessandro Barbero. Un suo video, in cui spiegava le ragioni del “No” riguardo alla separazione delle carriere, è stato oscurato su Facebook attraverso i filtri dei cosiddetti fact-checker. Questo episodio ha sollevato un interrogativo fondamentale: in un Paese dove l’Articolo 21 della Costituzione garantisce a tutti il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, com’è possibile che soggetti privati possano limitare la diffusione di opinioni su temi di rilevanza pubblica?
Il rischio è quello di un web sempre più uniforme e meno democratico, dove la tutela dei nostri diritti costituzionali passa in secondo piano rispetto alle policy aziendali.
Foto tratte dal web
A cura di Laura Farnesi
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