Uno studente colpisce un proprio insegnante in aula, i compagni creano una platea attorno a loro e una fotocamera registra ogni secondo per diffonderlo sul web. I recenti fatti di cronaca avvenuti a Roma e pochi mesi fa sul territorio di Bergamo delineano una situazione allarmante che travalica l’orizzonte delle mura scolastiche. La violenza esce dagli spazi didattici e diventa un prodotto multimediale: gli studenti lo diffondono sulle piattaforme digitali per accumulare visibilità sociale.
La dottoressa Barbara Fabbroni, psicologa, psicoterapeuta e nota criminologa da molti anni attenta all’esplorazione delle dinamiche criminali e delle fragilità umane, analizza con chiarezza le radici emotive e relazionali di questi comportamenti.
La violenza come esibizione davanti al gruppo

Barbara Fabbroni ph Press
Davanti a simili episodi, molti cedono alla tentazione di una condanna superficiale. L’esperta illustra invece le molteplici sfumature del fenomeno: un attacco fisico può racchiudere rabbia, frustrazione, ansia di dominio o il disperato bisogno di allinearsi al gruppo dei pari. «Comprendere queste dinamiche non significa giustificare la violenza, ma individuare le condizioni sulle quali intervenire», chiarisce Barbara Fabbroni.
I ragazzi non cercano soltanto lo scontro fisico, ma allestiscono una recita per conquistare l’approvazione dei coetanei. Durante la crescita, gli adolescenti sviluppano ancora l’autocontrollo emotivo, la pianificazione e la valutazione delle conseguenze. In questa fase evolutiva, il gruppo funge da specchio sociale in cui ciascuno misura il proprio valore e consolida la reputazione. Il ragazzo che da solo farebbe un passo indietro trova nel branco la spinta per agire. Il giovane non aggredisce semplicemente chi ha davanti: recita una parte davanti al proprio pubblico, respinge ogni debolezza e difende a qualunque costo la propria immagine.
Lo schermo dello smartphone e la crisi del limite
In questa dinamica di sopraffazione, la fotocamera dello smartphone non origina direttamente la violenza, ma opera come potente catalizzatore e amplificatore simbolico. Il filmato diventa un trofeo sociale attraverso cui riscuotere prestigio e popolarità immediata. L’inquadratura richiama un pubblico vasto — compagni di classe, chat di messaggistica e social network — e spinge l’azione verso manifestazioni sempre più estreme per accumulare like e visualizzazioni.
Guardare la realtà attraverso l’obiettivo del telefono azzera il coinvolgimento emotivo verso chi soffre. Chi impugna il dispositivo si concentra sull’inquadratura e sulla resa del video, dimenticando la realtà umana: oltre il display non agisce un avatar o un personaggio immaginario, ma una persona in carne e ossa che soffre. La dottoressa definisce questo fenomeno come una temporanea «sospensione della risposta empatica», che l’eccitazione del momento, la paura dell’emarginazione e il conformismo alimentano continuamente.
Al centro dell’aggressione finisce il docente, figura che racchiude in sé il valore simbolico della conoscenza, della regola, della valutazione e del confine. Colpire l’insegnante capovolge ogni gerarchia: l’allievo umilia la figura autorevole e toglie ogni prestigio a chi esercita le regole.
Secondo l’analisi clinica di Barbara Fabbroni, alla base di questi gesti risiede una grave carenza nel riconoscere il confine. Quando l’allievo non interiorizza il limite, non interpreta un brutto voto o un rimprovero come la valutazione di una singola prova, ma vive la correzione come un attacco distruttivo verso la propria persona. L’alunno non matura la riflessione costruttiva «ho sbagliato», ma sprofonda in un’angoscia personale: «Non valgo nulla». Di fronte a una vergogna insostenibile, il giovane scatena la rabbia, scudo con cui tenta di cancellare il senso di impotenza per riconquistare una parvenza di potere.
Nel percorso di crescita di questi giovani l’affetto della famiglia raramente fa difetto; mancano piuttosto funzioni educative decisive: tollerare la frustrazione, accettare un rifiuto e assumere la propria responsabilità. «Crescere significa imparare che la rabbia è legittima, ma non autorizza a colpire», ammonisce la psicoterapeuta.
Ricostruire il patto educativo oltre la punizione
Attribuire l’intera colpa ai genitori o al singolo istituto offre una prospettiva miope. L’individuo cresce all’interno di una comunità educante allargata — scuola, famiglia, territorio e cultura — che oggi manifesta crepe evidenti. Da un lato, i genitori temono che un confine severo possa incrinare il legame con i figli; dall’altro, gli insegnanti affrontano la classe in solitudine, senza un solido riconoscimento sociale. A questa frattura si aggiunge un paradosso culturale: gli adulti esigono rispetto e autocontrollo dai giovani, mentre l’arena pubblica e i media premiano quotidianamente la prepotenza e l’insulto con il consenso.
Per Barbara Fabbroni il cammino impone fermezza e profondità pedagogica. La sanzione tutela l’insegnante, ma la semplice punizione non basta per risolvere il disagio giovanile. Occorre intervenire sulle cause profonde attraverso percorsi continui di educazione all’empatia, cittadinanza digitale e una ritrovata autorevolezza adulta.
«Un adolescente ha bisogno di sentirsi dire: “Comprendo ciò che provi, ma non tutto ciò che provi può diventare un’azione. La tua rabbia ha diritto a una parola, non al corpo dell’altro”», sottolinea l’esperta. Il rischio più insidioso non risiede soltanto nella registrazione di una violenza, ma nell’abitudine diffusa di trasformare il dolore degli altri in spettacolo: «Educare significa insegnare che l’altro non è un bersaglio, un pubblico o un contenuto da condividere. È una persona».
A cura della redazione
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