Home Donna NewsLa trappola del fitness: il lato oscuro dei dispositivi indossabili

La trappola del fitness: il lato oscuro dei dispositivi indossabili

La prevenzione del futuro dipende dalla nostra capacità di trasformare i numeri dello smartwatch in informazioni utili per il sistema sanitario

by Viola Bianchi
smartwatch ph pixabay

L’integrazione dei dispositivi tecnologici nella vita quotidiana ha portato un numero crescente di cittadini a monitorare i propri parametri biologici in autonomia. Secondo una recente indagine condotta da Cerba HealthCare Italia su un campione di 1.000 persone, circa un italiano su tre, corrispondente al 34,3% degli intervistati, utilizza abitualmente smartwatch, smartband o app dedicate alla salute. Al contrario, il 65,7% della popolazione non ricorre ancora a tali strumenti. L’impiego di queste tecnologie risulta particolarmente diffuso tra i giovani under 35, mentre tende a diminuire progressivamente con l’aumentare dell’età. Per l’86% degli utilizzatori, il controllo dei dati è diventato un gesto quotidiano e quasi la metà del campione consulta i propri parametri più volte nell’arco delle ventiquattro ore. Marco Daturi, Chief Marketing Officer di Cerba HealthCare Italia, evidenzia come l’86% controlli i propri dati almeno una volta al giorno e quasi una persona su due lo faccia più volte nell’arco della stessa giornata, pur sottolineando che tali strumenti sono ancora percepiti principalmente come accessori legati al tempo libero.

Abitudini d’uso e percezione dei dispositivi indossabili

La finalità principale che spinge gli italiani a indossare questi dispositivi è legata al mantenimento della forma fisica per il 64,1% dei casi, mentre solo il 29,7% li utilizza con obiettivi di prevenzione o controllo medico. Nonostante lo sviluppo tecnologico sia sempre più orientato alla diagnostica, il 56,6% degli utenti considera ancora questi strumenti come legati esclusivamente al fitness. Tuttavia, una quota pari al 43,4% inizia a riconoscerne il potenziale valore preventivo. Sergio Carlucci, nutrizionista, genetista e Communication Scientific Analyst di Cerba HealthCare Italia, osserva che i dati mostrano come la salute misurata sia ormai entrata nella quotidianità, ma con un significato ancora prevalentemente legato allo stile di vita. La sfida attuale consiste nel trasformare queste informazioni in strumenti clinicamente rilevanti per i percorsi di cura.

La gestione dei dati e il rapporto con il medico

Sebbene l’87,8% degli utilizzatori dichiari di comprendere i parametri rilevati, persiste una difficoltà nel tradurre queste informazioni in azioni concrete per la prevenzione. In presenza di valori insoliti, il 73,2% degli utenti preferisce cercare spiegazioni sul web in totale autonomia, mentre solo il 17,8% decide di consultare un medico. Un dato significativo riguarda la condivisione delle informazioni: il 62,4% degli utenti non ha mai mostrato i risultati raccolti a un professionista sanitario. Sergio Carlucci sottolinea che emerge quindi la necessità di una mediazione qualificata, capace di collegare le informazioni raccolte dai dispositivi a percorsi di prevenzione strutturati. Dal punto di vista psicologico, l’impatto è prevalentemente positivo, con l’83,4% degli intervistati che si sente rassicurato dal monitoraggio costante, nonostante un terzo del campione sperimenti occasionali stati di preoccupazione dovuti ai dati visualizzati.

Il caso del VO₂max e le prospettive di longevità

Un esempio evidente del divario tra la disponibilità di dati avanzati e la loro effettiva comprensione è rappresentato dal VO₂max. Questo indicatore, fondamentale per valutare l’efficienza cardio-respiratoria e la capacità aerobica, è conosciuto solo dal 9,3% degli intervistati, mentre il 90,7% ne ignora il significato. Marco Daturi commenta questo scenario affermando che perché questi dispositivi non restino semplici gadget serve un cambio culturale: il paziente deve assumere un ruolo da protagonista, diventando parte attiva e consapevole del proprio percorso di salute. In un’ottica di longevity e sostenibilità del sistema sanitario, Sergio Carlucci conclude spiegando che i risultati delineano uno scenario in evoluzione, in cui la “salute misurata” è già presente nella vita quotidiana di una buona parte della popolazione, ma non ha ancora trovato una piena integrazione con i percorsi clinici. Una maggiore informazione appare dunque indispensabile per trasformare la tecnologia in un reale vantaggio per la salute pubblica.

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