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Danimarca, indennizzo per le spirali imposte alle inuit

Dopo le scuse ufficiali del governo, Copenaghen istituisce un fondo per risarcire le migliaia di donne groenlandesi vittime del controllo demografico durante l'amministrazione coloniale

by Viola Bianchi
Inuit ph Wikipedia

Cinquant’anni dopo l’inizio della Spiralkampagnen (la campagna della spirale), la Danimarca compie un passo fondamentale per risarcire le donne groenlandesi che subirono trattamenti contraccettivi forzati durante la gestione sanitaria diretta da Copenaghen. Il parlamento danese, il Folketing, ha approvato una legge che riconosce un indennizzo di trecentomila corone danesi, equivalenti a circa quarantamila euro, a ciascuna vittima a cui il personale medico applicò dispositivi intrauterini o somministrò contraccettivi iniettabili senza un consenso libero e informato. Il provvedimento segna un punto di svolta nell’assunzione delle responsabilità dell’epoca coloniale nell’isola artica, aprendo al contempo questioni legali e storiche che toccano persino la nozione di genocidio secondo il diritto internazionale.

Le origini della campagna e il controllo demografico della popolazione

La vicenda affonda le sue radici negli anni Sessanta e Settanta del Novecento. In quel periodo la Groenlandia, dopo l’integrazione del 1953 nel Regno di Danimarca come contea speciale, viveva una profonda trasformazione economica e urbanistica guidata dalla capitale danese. Le autorità di Copenaghen guardavano con forte preoccupazione l’alto tasso di natalità della popolazione inuit, temendo che la rapida espansione demografica avrebbe appesantito la spesa pubblica per alloggi, istruzione, sanità e sussidi assistenziali.

Per arginare questa crescita, il ministero per la Groenlandia e le autorità sanitarie vararono un massiccio piano mirato di pianificazione familiare. Tra il 1966 e la fine del 1970, il personale sanitario inserì la spirale a oltre quattromilasettanta donne e ragazze groenlandesi, una cifra pari a circa la metà dell’intera popolazione femminile fertile dell’isola in quel periodo. In seguito, la campagna estese l’impiego del farmaco ormonale iniettabile Depo-Provera. L’intervento provocò un crollo immediato e verticale del tasso di fecondità, passato da una media di sette figli per donna nel 1966 a 2,3 nel 1974.

I medici impiantarono la maggior parte dei dispositivi durante visite scolastiche di controllo o esami ordinari senza fornire chiarimenti preventivi, senza avvisare le famiglie e senza raccogliere alcuna autorizzazione. Moltissime pazienti erano adolescenti e in diversi casi avevano appena dodici anni. Le spirali impiegate, spesso modelli Lippes Loop studiati per corpi adulti che avevano già affrontato gravidanze, risultavano inadatte alle giovanissime e generarono dolori acuti, infezioni pelviche croniche, emorragie, lesioni interne e, in numerosi casi, la perdita definitiva della fertilità.

Il senso di colpa, i condizionamenti sociali e la disparità di potere nei confronti dei medici danesi hanno imposto il silenzio per decenni. Il velo è caduto nel 2022 grazie a un’inchiesta e a un podcast investigativo dell’emittente pubblica danese DR, che hanno raccolto le prime denunce. Da quel momento centinaia di vittime si sono organizzate per ottenere giustizia, promuovendo una causa collettiva che nel marzo 2024 ha portato centoquarantatré donne a citare in giudizio lo Stato danese per violazione dei diritti umani.

L’indagine storica, le scuse ufficiali e il piano dei risarcimenti

Nel settembre 2025 un’inchiesta storica indipendente ha analizzato a fondo gli archivi amministrativi e sanitari. Gli studiosi hanno esaminato le cartelle cliniche di trecentocinquantaquattro donne, riscontrando quattrocentottantotto episodi documentati di somministrazione contraccettiva forzata o non consensuale, di cui quattrocentodieci legati all’uso della spirale. Soltanto quarantasette casi presentavano un consenso formale e consapevole, mentre nei rimanenti il consenso mancava totalmente oppure risultava privo di riscontri documentali.

Alla luce di questi dati, la prima ministra danese Mette Frederiksen ha raggiunto Nuuk nel settembre 2025 per esprimere le scuse solenni della Danimarca, riconoscendo che i fatti costituirono una discriminazione sistematica che privò migliaia di donne del controllo sul proprio corpo. Anche la Groenlandia ha affrontato la propria quota di responsabilità: dopo il passaggio delle competenze sanitarie avvenuto nel 1992, le indagini hanno rilevato almeno quindici episodi di contraccezione coatta sotto la giurisdizione locale, spingendo il primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen a presentare a sua volta le scuse istituzionali.

La legge votata dal Folketing nel 2026 istituisce un fondo di ristoro che assegna trecentomila corone a ciascuna donna che abbia subito trattamenti contraccettivi senza consenso tra il 1960 e il 1991.

Il dibattito sul reato di genocidio e la riconciliazione storica

L’erogazione degli indennizzi non chiude il confronto politico e giudiziario. Il governo autonomo di Nuuk (Naalakkersuisut) ha diffuso due perizie legali per determinare se la Spiralkampagnen configuri il crimine di genocidio in base all’articolo II, lettera d, della Convenzione ONU del 1948, che punisce le misure dirette a impedire le nascite all’interno di uno specifico gruppo etnico o nazionale.

I giuristi hanno espresso posizioni contrastanti in due distinti rapporti. Il primo documento, redatto dall’esperto di diritto Jonas Christoffersen e dalla psicologa Jensine Nedergaard, inquadra la condotta materiale tra le azioni vietate dalla convenzione, ma esclude la presenza documentata dell’intento specifico (dolus specialis) di distruggere il popolo inuit, attribuendo la campagna a motivazioni di risparmio economico e modernizzazione forzata. Al contrario, il secondo studio, a cura dell’esperta inuit di diritto internazionale Dalee Sambo Dorough e della docente Miriam Cullen, ritiene plausibile l’ipotesi di genocidio, sottolineando le continue pressioni psicologiche e il rifiuto dei medici di estrarre le spirali anche di fronte alle richieste esplicite delle pazienti.

Secondo questo secondo parere, soltanto una corte giudicante internazionale potrà definire in maniera definitiva il confine tra la politica coercitiva coloniale e il crimine di genocidio.

La vicenda della spirale si inserisce nel più ampio disegno di assimilazione con cui Copenaghen intendeva modernizzare e danicizzare la società locale dopo la Seconda guerra mondiale. Tra queste pratiche rientrano l’esperimento sociale del 1951 su ventidue bambini groenlandesi trasferiti in territorio danese, le disparità retributive a danno dei lavoratori autoctoni e la marginalizzazione dei figli nati da madri non sposate. Oggi la Commissione per la verità e la riconciliazione mira a fare piena luce su tutte le vicende del passato coloniale, ridisegnando i rapporti tra la Groenlandia e la Danimarca.

A cura della redazione

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