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Parkinson, quei sintomi nascosti che spesso sfuggono

Tremore, rigidità e lentezza nei movimenti possono convivere con insonnia, sonnolenza, alterazioni dell’olfatto, disturbi intestinali e cambiamenti dell’umore, rendendo la malattia molto più complessa di quanto suggerisca il suo sintomo più noto

by Nora Taylor
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Quando si parla di malattia di Parkinson, il pensiero corre quasi sempre al tremore delle mani. Il quadro clinico, però, comprende molti altri disturbi e può cambiare sensibilmente da una persona all’altra. La patologia può influire sulla capacità di muoversi, camminare e mantenere l’equilibrio, ma può anche modificare il sonno, l’umore, l’olfatto, la digestione, la pressione e alcune funzioni cognitive. Il tremore rappresenta soltanto una delle possibili manifestazioni e la sua assenza non esclude il Parkinson. L’Organizzazione Mondiale della Sanità descrive infatti la malattia come una condizione neurologica che coinvolge movimento, sonno, salute mentale, dolore e altre funzioni dell’organismo.

La malattia interessa soprattutto i circuiti cerebrali che regolano il movimento e si associa a una riduzione della dopamina in specifiche aree del cervello. Questa alterazione contribuisce alla comparsa di lentezza, rigidità, tremore e difficoltà nella camminata. Allo stesso tempo, il Parkinson può produrre manifestazioni che non riguardano direttamente il movimento. Alcuni disturbi non motori, come la perdita dell’olfatto, la stitichezza, la depressione e determinati problemi del sonno, possono comparire anche prima dei sintomi motori.

Rigidità, lentezza e tremore cambiano la quotidianità

Uno dei segnali più caratteristici è la bradicinesia, cioè il rallentamento nell’esecuzione dei movimenti. La persona può impiegare più tempo per alzarsi da una sedia, iniziare a camminare, vestirsi o svolgere gesti che in precedenza eseguiva senza pensarci. Anche la scrittura può diventare più piccola e meno fluida, mentre i movimenti spontanei del viso possono diminuire, rendendo l’espressione meno vivace.

La rigidità muscolare può accompagnare la lentezza e rendere più difficili i movimenti. I muscoli possono apparire tesi e la persona può avvertire una maggiore difficoltà nel muovere gli arti con naturalezza. Il tremore interessa spesso un arto quando resta a riposo e può iniziare in modo più evidente da un lato del corpo. Con il tempo possono comparire anche problemi di postura, difficoltà nel camminare e alterazioni dell’equilibrio. La combinazione di questi disturbi può incidere sull’autonomia e aumentare il rischio di cadute.

La malattia può inoltre provocare movimenti involontari. Le discinesie rappresentano uno degli effetti che possono comparire nel corso della terapia dopaminergica e possono manifestarsi con movimenti irregolari difficili da controllare. Anche le fluttuazioni motorie possono diventare più evidenti con il tempo, con alternanza tra periodi nei quali i farmaci controllano bene i sintomi e momenti nei quali il loro effetto diminuisce.

Il sonno può cambiare molto prima di quanto si immagini

I disturbi del sonno rappresentano una componente importante del Parkinson. Alcune persone fanno fatica ad addormentarsi, altre si svegliano frequentemente durante la notte o avvertono una forte stanchezza nelle ore diurne. La Parkinson’s Foundation segnala che i problemi legati al sonno interessano più del 75% delle persone con Parkinson. Le difficoltà possono riguardare anche il movimento nel letto, i risvegli notturni, la necessità di urinare frequentemente e una maggiore sonnolenza durante il giorno.

Un fenomeno particolarmente significativo riguarda il disturbo comportamentale del sonno REM. Durante il sonno la persona può parlare, muoversi o arrivare a mettere in atto fisicamente ciò che sta vivendo nel sogno. Questo comportamento può creare situazioni pericolose sia per chi soffre del disturbo sia per il partner. Quando una persona comincia a muoversi frequentemente durante i sogni, parlare nel sonno o mostrare una forte sonnolenza diurna, è opportuno parlarne con il medico.

Il rapporto tra Parkinson e sonno può inoltre coinvolgere i farmaci. Alcuni trattamenti possono favorire la sonnolenza durante il giorno, mentre altri possono modificare il riposo notturno. Per questo motivo il medico deve valutare anche l’orario di assunzione dei medicinali e la relazione tra terapia e disturbi del sonno. Non bisogna modificare autonomamente dosi o orari dei farmaci per cercare di dormire meglio.

Olfatto, intestino, umore e memoria fanno parte del quadro

Tra i sintomi meno conosciuti troviamo la riduzione dell’olfatto. Alcune persone possono notare una minore capacità di riconoscere gli odori anche prima della comparsa dei problemi motori. Anche la stitichezza rappresenta un disturbo frequente. Possono inoltre comparire problemi urinari, variazioni della pressione arteriosa, dolore, stanchezza e difficoltà nella comunicazione o nella deglutizione.

La componente psicologica merita la stessa attenzione. Ansia, depressione e apatia possono accompagnare il Parkinson e influenzare profondamente la qualità della vita. In alcuni casi compaiono anche difficoltà cognitive, problemi di concentrazione o altre modificazioni delle capacità di pensiero. Questi disturbi possono diventare particolarmente impegnativi per la persona e per chi la assiste.

Un singolo sintomo non consente però di stabilire la presenza del Parkinson. La perdita dell’olfatto, la stitichezza, l’insonnia o il tremore possono avere molte altre cause. Il medico deve quindi considerare la combinazione dei segnali, la loro evoluzione e le caratteristiche individuali della persona. La diagnosi richiede una valutazione clinica completa e non può dipendere dalla presenza di un solo disturbo.

Le terapie controllano i sintomi e cambiano nel tempo

Attualmente il Parkinson non dispone di una cura definitiva, ma i trattamenti possono ridurre numerosi sintomi e aiutare le persone a mantenere più a lungo le proprie capacità. La levodopa, generalmente associata alla carbidopa, rappresenta uno dei medicinali più efficaci per migliorare i disturbi motori. I medici possono utilizzare anche altri farmaci e combinazioni terapeutiche in base alle necessità del singolo paziente.

La terapia richiede controlli periodici perché la risposta ai medicinali può cambiare nel corso della malattia. Il neurologo può modificare quantità, orari o combinazioni dei farmaci per cercare di mantenere un controllo adeguato dei sintomi e ridurre le complicanze. La terapia deve quindi seguire l’evoluzione della malattia e adattarsi alle esigenze della persona.

La cura non si limita ai medicinali. Fisioterapia, esercizio fisico e riabilitazione possono aiutare a conservare mobilità, equilibrio, forza e autonomia. Gli interventi possono concentrarsi sulla camminata, sulla postura e sulla capacità di affrontare in sicurezza le attività quotidiane. Quando emergono difficoltà nella voce, nella comunicazione o nella deglutizione, anche la logopedia può entrare nel percorso assistenziale.

Nei casi selezionati, quando i farmaci non garantiscono più un controllo sufficiente di determinati sintomi motori, gli specialisti possono valutare trattamenti avanzati come la stimolazione cerebrale profonda. Questa procedura non rappresenta una cura definitiva e richiede una valutazione specialistica accurata per stabilire se la persona possa trarne beneficio.

Il Parkinson, dunque, racconta una realtà molto più ampia del semplice tremore. Movimento, sonno, umore, olfatto, intestino e funzioni cognitive possono entrare nello stesso quadro e richiedono attenzione durante tutto il percorso della malattia. Riconoscere questi segnali non significa formulare una diagnosi autonomamente, ma permette di descrivere meglio i cambiamenti al medico e di arrivare a una valutazione più completa.

Quando i disturbi persistono, peggiorano oppure compaiono insieme, il confronto con un professionista sanitario può aiutare a individuare la causa e a scegliere gli interventi più appropriati. Una gestione efficace del Parkinson deve considerare la persona nella sua globalità, non soltanto il tremore o gli altri sintomi motori. Le terapie farmacologiche, la riabilitazione, l’attività fisica e l’attenzione ai disturbi non motori possono contribuire a sostenere autonomia e qualità della vita nel corso del tempo.

A cura di Nora Taylor
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